ELOGIO DELLA POLTRONA

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E del cervello che ci si dovrebbe sedere sopra.

Cominciamo con una domanda che pare fatta apposta per farsi rispondere in coro, come al catechismo: ma è vero, è proprio vero, che Spoleto, la città del Festival, dei duchi longobardi, dei due siti Unesco, del Ponte delle Torri che i turisti fotografano con la stessa devozione con cui un pellegrino fotograferebbe una reliquia, si sia trasformata in una succursale di Gotham City, popolata da gruppi di sbandati che tengono in ostaggio gli abitanti tra un aperitivo e l’altro?

Diciamolo con la dovuta cautela filologica: NO.

O meglio, non nella misura in cui certi imprenditori della paura vorrebbero farci credere, agitando lo spauracchio come fosse un turibolo e loro i sacerdoti di un culto tutto fumo e niente arrosto.

E qui viene il bello, perché la ricetta che ci propongono per guarire questo presunto male è tanto vecchia quanto la paura stessa:

Le ronde. Il “respingiamoli”. Il “tornino a casa loro”: espressione magnifica, se ci pensate, perché presuppone che loro abbiano una casa da qualche parte che li aspetti con le luci accese e il minestrone in tavola, mentre la realtà, quella vera, quella scomoda, è molto più complicata di uno slogan urlato al comizio con la voce che si strozza nell’entusiasmo.

Ma è davvero questa la chiave di volta per una città che vuole guardare al futuro, o è piuttosto il classico cerotto messo su una gamba di legno? Il sospetto, e qui mi permetto di indossare per un attimo gli occhiali un po’ storti di chi ha letto troppi giornali e troppi fumetti insieme, è che il vero problema non siano le bande immaginarie, ma la desolante penuria di idee.

Non abbiamo un’emergenza criminale: abbiamo un’emergenza di immaginazione.
Non ci manca l’ordine pubblico: ci manca l’umanità pubblica, quella cosa un po’ démodé che consiste nel guardare l’altro e riconoscerlo come persona prima che come categoria da temere.

E poi c’è lei, la grande assente di ogni campagna elettorale che si rispetti: la cultura. Il rapporto sano con lo studio, con la crescita, con quella lentezza meravigliosa che serve per capire il mondo invece di limitarsi a spaventarsene. Possiamo davvero accontentarci di lasciare a chi verrà dopo di noi una città più armata ma più ignorante e per niente sensibile?

È questo il testamento che vogliamo firmare?

Perché diciamocelo: il tempo che ci è concesso su questo pianeta, che non è moltissimo, checché ne dicano gli oroscopi, vale forse la pena spenderlo con la schiuma alla bocca, urlando contro fantasmi, invece che costruendo, leggendo, discutendo, magari anche sbagliando ma almeno provandoci?

Vale davvero la pena umiliare la propria intelligenza, quel poco o quel tanto che ciascuno di noi possiede, in cambio di una poltrona che scotta e che, prima o poi, qualcuno dovrà pur restituire?

Vale la pena scrivere automatici commenti di approvazione alle teorie reimmigrazioniste, senza pensare troppo a quello che si appoggia?

Vale la pena?

Io, sinceramente, credo che varrebbe la pena almeno rifletterci con attenzione.

Come lo avrebbe scritto Dante (forse):

Nel mezzo del cammin di nostra vita
si pone un quesito, e vuol risposta
come si fa in chiesa, a voce unita.

È ver, è forse ver, che la reposta
città del Festival, dei duchi antichi,
sia in una Gotham buia e mal disposta?

Dei due sigilli Unesco, orgogli aprichi,
del Ponte delle Torri, che il pellegrino
scatta com’a reliquia d’occhi amichi,

s’è tramutata in luogo clandestino
ove sbandati tengono in catena
la gente, tra un aperitivo e un vino?

Dirò con cautela, e non con pena:
no. Non lo è, se non quanto vorrebbe
chi della paura fa merce piena,

chi il turibolo agita e ne debbe
trarne un fumo che sacerdote pare,
ma nell’incenso nulla d’arrosto avrebbe.

E qui s’appalesa il vero affare:
la cura che costor vorrian darci
è vecchia quanto il tema del temere.

Le ronde, il “respingiamoli”, il farci
scudo di un “tornino a casa loro”,
locuzion che pare bella, a guardarci:

presuppone una casa, un tesoro
di luci accese e minestra in tavola,
mentre il vero è più duro dell’oro,

più complicato d’ogni fola
gridata in piazza con la voce rotta
dall’entusiasmo che le membra scuola.

Ma è questa la chiave, o forse è lotta
di cerotto su gamba tutta legno?
Il sospetto, che in me non si sconfotta,

  • s’io metto gli occhiali un poco a segno
    storto, di chi ha letto troppe carte
    e troppi fumetti nel suo regno –

è che il male non sta nelle parti
di bande immaginarie e di paura,
ma nella nostra povertà de l’arti

de l’immaginare. Non è dura
un’emergenza d’ordine e di legge:
è l’umanità che manca, e fa paura

pensarlo – quella cosa che protegge
lo sguardo che riconosce un volto
prima che tema quel che lo corregge.

E poi c’è lei, la grande assente, il molto
taciuta in ogni pubblico comizio:
la cultura, che nutre l’uomo còlto,

il sano studio, il lento esercizio
che serve a comprender più che a temere,
quel crescere che non conosce vizio.

Potremo dunque, senza rimanere
in colpa, consegnare ai figli nostri
città più armate e cieche nel sapere?

È questo il testamento che si mostri
degno di firma, e resti su la pietra
di questi giorni torbidi e mostri?

Il tempo che ci è dato, e che s’impetra
breve dagli astri (checché dican quelli),
vale la schiuma della bocca tetra,

urlando contro spettri, non fratelli,
invece di costruire e di leggere,
sbagliando pur, ma almeno un poco in quelli?

Vale umiliar la mente, e non vedere
quel poco o tanto ognun di noi possiede,
per una poltrona che fa male sedere?

Vale approvar con tacita mercede
teorie di ritorni e di cacciate,
senza pensare a quel che le richiede?

Vale la pena? Chiedo a voi, chiamate
a raccolta le menti, e non i pugni:
almen pensarci, in queste ore agitate,

e uscimmo a riveder, pensando, i sogni.

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