SCRIVERE CON L’AI

Spread the love

Il romanzo, la macchina e il sospetto.

Confessione, tanto per mettere tutti a proprio agio: sì, mi faccio aiutare da un’intelligenza artificiale quando scrivo.

Nessuno è morto per questo, il cielo non è caduto. E se qualcuno arretra sulla sedia con la mano sul cuore, gli propongo un esperimento: pensi a tutte le volte che ha usato un correttore ortografico, un dizionario dei sinonimi, un amico più colto a cui ha chiesto “ma si dice così?”.

Benvenuto nel club dei contaminati. Ci sei sempre stato, solo che prima il complice non aveva un nome da fantascienza.

L’aiuto a scrivere è vecchio quanto la scrittura stessa. Omero aveva la Musa: mica se la scriveva tutta da solo, l’Iliade. Nessuno gli ha mai rimandato indietro il manoscritto dicendo “si sente troppo la Musa, ripulisci“.

Ma se oggi la tua Musa ha un server invece di un Olimpo, apriti cielo: sei uno scrittore “sputtanato”, pizzicato come un ladro di polli nel pollaio della Letteratura Vera.

Cosa temiamo, esattamente? Non l’AI in sé, che è solo calcoli travestiti da parole. Temiamo che la fatica non sia più garanzia di verità, la stessa logica del contadino che non si fida del pomodoro da serra: “non ha sudato abbastanza sotto il sole, quindi non può essere buono“. Peccato che il sapore lo giudichi mordendolo, non misurando la sofferenza del pomodoro.

E allora le case editrici timbrano “contaminato”, come fosse un fiume dopo lo sversamento di una fabbrica. Contaminato da cosa? Da un aiuto a cercare la parola giusta, da una verifica su un dato che altrimenti avrei sparato a caso? Se l’etica fosse coerente, dovremmo rispedire al mittente anche i libri corretti dagli editor e le sceneggiature riscritte dagli script doctor. Ma lì si chiama “squadra”. Qui, se lo strumento ha un algoritmo invece di un nome, si chiama “frode”.

Il punto non è mai lo strumento, è l’uso che se ne fa. Un martello pianta un chiodo o rompe un vetro: non processiamo il martello. Se uso l’AI per pensare più a fondo, controllare i fatti, limare una frase storta, dove sarebbe il crimine? Il crimine sarebbe firmare idee mai passate per la mia testa. Ma quello è un problema vecchio come la disonestà, e l’antidoto è altrettanto vecchio: leggere con attenzione, e capire se dietro le righe c’è davvero qualcuno.

Questo testo, questo stesso che stai leggendo adesso, l’ho fatto scrivere a una macchina e poi l’ho preso a schiaffi: girato, tagliato, riscritto, con sopra le mie impronte, quelle vere. Perché la domanda giusta non è “chi ha scritto la prima riga”, ma “chi risponde di quello che c’è scritto”.

E la risposta resta sempre la stessa: io. Umano, con i miei dubbi delle due di notte, e la Musa digitale seduta accanto, quando la mia testa da sola sfarfalla.

Scrivere è sempre stato un dialogo con uno strumento che non lasciava mai del tutto padroni del gesto.

La penna d’oca imponeva lentezza, e quella lentezza diventava lentezza di pensiero.
Il computer ha tolto il costo della cancellatura: il pensiero, per la prima volta, corre più veloce della mano.

L’AI è solo l’ultimo gradino della stessa scala, non un salto nel vuoto, ogni strumento ha spostato un po’ più in là il confine tra “quello che faccio io” e “quello che fa il mezzo per me”.

Cambia il grado di delega, non la natura del gesto: da sempre deleghiamo qualcosa, al dizionario, all’editor, ora anche a una voce che sa parlare come noi.

Ed è questo, non lo strumento, a inquietarci: non temiamo la macchina, temiamo di non riconoscerci nello specchio che ci restituisce.

Ma la responsabilità di dire qualcosa non si è mai spostata di un millimetro da chi tiene in mano, oggi in senso metaforico, la penna.

Tu che ne pensi?

Lascia un commento