UNA PROMESSA INFRANTA

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Una Promessa (Infranta) tra i Silenzi di Spoleto: Cronaca di un Fantasma che Sussurra

Entrare al Teatro Caio Melisso di Spoleto per la prima assoluta di un’opera contemporanea ha sempre il sapore di un’avventura ad alto tasso di imprevedibilità. Ci si siede, si guarda il soffitto decorato, si sbircia il vicino di poltrona e si spera che l’ascolto non richieda una laurea in fisica quantistica applicata al pentagramma.

Questa volta, l’ottantesima Stagione Lirica Sperimentale ha calato l’asso con Una promessa infranta, opera da camera di Federico Gardella su libretto e regia di Cecilia Ligorio. La fonte d’ispirazione è nobile e inquietante: l’omonimo racconto tratto da Ombre giapponesi di Lafcadio Hearn, edito da Adelphi.

La storia, ridotta all’osso, è un classico che farebbe la gioia di un terapeuta di coppia: un uomo promette solennemente alla moglie moribonda che non si risposerà mai più. Poi, com’è ovvio (altrimenti l’opera finirebbe dopo dieci minuti di silenzio), l’uomo infrange la promessa, si risposa e il fantasma della prima moglie torna dall’oltretomba per reclamare una vendetta a dir poco terribile.

Chi sarà punito?

Addio Kimono, Benvenuta Memoria

La prima ottima notizia è che la regista e librettista Cecilia Ligorio e il compositore Federico Gardella hanno deliberatamente evitato qualsiasi tentazione di esotismo di maniera. Almeno il tentativo l’hanno fatto:

Niente ventagli di carta di riso e niente sguardi da sushi-bar.

La scelta è stata quella di spogliare la narrazione della sua patina giapponese per concentrarsi su qualcosa di molto più universale e spaventoso: il senso di colpa e il peso della memoria che si impiglia nel presente.

L’operazione teatrale è strutturata con un’architettura temporale capovolta rispetto al racconto originale, partendo come un flashback di due custodi che si ritrovano nella casa degli eventi vent’anni dopo i tragici fatti per rimettere in ordine i ricordi. Un’idea drammaturgica eccellente, che trasforma lo spettacolo in un viaggio psicologico teso e affascinante.

Un Trionfo di Voci, Scene e Luci

Dal punto di vista puramente visivo e performativo, lo spettacolo è un gioiello di buona eleganza. L’operazione mette in mostra cantanti giovani, bravissimi e dotati di bellissime voci, preparati con encomiabile cura dal maestro Antonio Vicentini.

Affrontare una partitura così complessa, che lancia le linee vocali quasi nel vuoto costringendo i corpi a muoversi in sincrono con i sospiri della musica, richiede una generosità e una preparazione tecnica fuori dal comune, e i solisti dello Sperimentale ne escono a testa alta.

La regia di Cecilia Ligorio è estremamente interessante e sensibile, capace di orchestrare il difficile equilibrio tra corpi fisici e presenze spettrali senza mai cadere nel ridicolo o nel già visto.

Ad affiancarla in questo successo c’è il lavoro visivo di Alberto Favretto, che firma una scenografia piacevole, evocativa e straordinariamente funzionale, esaltata da un disegno di luci davvero funzionale, caldo e misterioso al tempo stesso. Integrati nel meccanismo narrativo anche i costumi di Clelia De Angelis, che vestono i personaggi (e i loro doppi) con precisione sartoriale e concettuale.

La Musica: Quel Vuoto Pieno di Echi

E ora arriviamo alla nota dolente, o meglio, alla nota… silenziosa. L’Orchestra Filarmonica Umbra “Vittorio Calamani“, guidata con mano fermissima e rigorosa dalla direttrice Mimma Campanale, si districa con precisione millimetrica tra le maglie di un ensemble di undici elementi.

Ma la scrittura musicale di Federico Gardella è un animale strano.

Dimenticatevi le esplosioni orchestrali tardo-romantiche. Qui siamo dalle parti della sottrazione assoluta, sulla scia del Pelléas et Mélisande di Debussy. La partitura di Gardella è fatta di “più bianco che nero”: ci sono silenzi lunghissimi, sussurri, respiri, il suono improvviso di una campanella, una danza lenta che scorre sotto la superficie e strumenti che agiscono come casse di risonanza o echi spettrali delle voci dei cantanti.

È una musica liminale, che cerca di dare suono a ciò che non si può sentire, come l’influenza invisibile di un fantasma.

Il risultato è affascinante, ma indubbiamente estremo.

Il Verdetto

Chi scrive deve confessare un limite tutto personale. Per la musica di Gardella, francamente, non mi sento ancora del tutto pronto. È un ascolto che richiede una concentrazione ascetica, una sintonizzazione su frequenze così rarefatte che il mio orecchio, ancora abituato a qualche nota disposta diversamente, ha faticato a metabolizzare appieno.

Tuttavia, c’è un’innegabile poesia in questo esperimento di sottrazione. E allora, pur con la mia impreparazione auricolare, sospendo il giudizio definitivo con un sorriso di sincera curiosità. In fondo, la bellezza della contemporaneità sta proprio nello sfidare le nostre abitudini.

Perciò… in futuro, chissà? Hai visto mai?

 

 

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