Elogio del robot minatore, ovvero: della gerarchia semiotica delle macchine.
Chiunque abbia la ventura, o la disgrazia, di frequentare un poco i telegiornali della sera o le bacheche dei social network, avrà notato un fenomeno che meriterebbe uno studio semiologico approfondito, e che io mi limito qui a segnalare con la modestia di chi non ha né il tempo, né la capacità di scriverci sopra un trattato: l’umanità sta producendo, con encomiabile solerzia, robot che corrono le maratone, robot che si prendono a pugni sul ring per nostro sollazzo, robot che stirano le camicie, cuociono la pasta e, mirabile esempio di ingegneria applicata al desiderio, soddisfano le pulsioni erotiche di una clientela che preferiamo non indagare troppo da vicino.
Ora, chi conosce anche superficialmente la logica del mercato sa che ogni innovazione tecnologica risponde a una domanda, ed è appunto interrogandosi sulla natura di questa domanda che si scopre qualcosa di assai istruttivo sulla nostra civiltà. Perché delle due l’una: o riteniamo che correre, combattere, stirare e fornicare siano le attività più urgenti da automatizzare, oppure, ipotesi che mi pare assai più solida, stiamo automatizzando ciò che è redditizio, spettacolare, vendibile, e lasciando volentieri agli uomini ciò che è pericoloso, sporco e a buon mercato.
Non ho mai visto, difatti, un laboratorio di robotica annunciare con squilli di tromba il prototipo del robot minatore. Eppure la miniera esisteva già come metafora dell’inferno ben prima che Dante disponesse i suoi dannati in gironi concentrici: buio, fatica, il rischio della frana, il grisù che aspetta paziente come certi critici letterari aspettano l’errore altrui.
Se esiste un luogo di lavoro in cui varrebbe la pena sostituire la carne umana con il metallo, è precisamente questo.
E invece no: si preferisce investire nel robot che gioca a scacchi, o in quello che ci fa compagnia la sera, perché, diciamolo con la crudezza che la situazione impone, finché esistono uomini senza nome disposti, o meglio costretti, a scendere sottoterra per due soldi, non c’è alcuna convenienza economica a sostituirli. Il capitale, si sa, è più affezionato al risparmio che alla pietà.
C’è in questo una perversione logica quasi elegante, degna di un sofisma scolastico: costruiamo macchine a immagine e somiglianza dei nostri piaceri, non delle nostre necessità. Il robot-atleta ci intrattiene, il robot-amante ci consola, il robot-domestico ci solleva dalla noia delle faccende; ma il minatore, il pescatore d’alto mare, l’operaio che pulisce le cisterne tossiche, tutti costoro restano ostinatamente umani, perché la loro sofferenza, in fondo, non disturba nessuno abbastanza da giustificarne il costo dell’automazione. Si potrebbe scrivere un intero trattato sulla differenza tra ciò che una società sceglie di ottimizzare e ciò che sceglie, semplicemente, di dimenticare.
E tuttavia, qui viene la parte in cui, come ogni buon moralista della domenica, propongo una soluzione che nessuno adotterà mai, si potrebbe cominciare proprio da lì: dai lavori dove la vita è in gioco per davvero, non dai lavori dove è in gioco solo la nostra pigrizia.
Prima le miniere, poi le piattaforme petrolifere, poi i tetti pericolanti, e solo alla fine, se proprio vogliamo, il robot che difende la dignità del lavoratore residuo, quello che resterà a sorvegliare le macchine mentre pesca beato in riva a un fiume.
Ma qui, lo confesso, mi sorge un dubbio machiavellico che rovina tutta la mia bella architettura moralistica: se le macchine facessero anche questo, noialtri uomini a cosa serviremmo? Passeremmo le giornate a pescare e a controllare che gli ingranaggi non si inceppino, ozio dorato che i filosofi antichi avrebbero chiamato otium e che i moderni chiamerebbero, più prosaicamente, disoccupazione dignitosa.
E ammettiamolo: che soddisfazione ci sarebbe mai, in un mondo simile, a non avere più il potere di vita e di morte su migliaia di uomini dal viso annerito di carbone?
Il potere, si sa, è il vero giacimento che nessuno ha ancora avuto voglia di automatizzare.

