
Spoleto, o della tribù che non voleva stare dietro le quinte.
C’è un momento preciso, in quella strana liturgia laica che chiamiamo Festival, in cui il confine tra chi racconta e chi è raccontato svanisce in una nuvola di polvere di palcoscenico.
Succede a Spoleto, dove Daniele Cipriani sembra aver deciso che la stampa non è un corpo estraneo da tenere a distanza con comunicati gelidi, ma una parte della “tribù”.
Il suo “nuovo corso” non è un protocollo, è un invito davanti a un buffet dove però si mangia arte pura.
Immagina la scena: non la solita sfilata di busti di gesso che declamano programmi, ma un’agorà dove i protagonisti sono lì, a portata di domanda, quasi a “vostra disposizione”.
C’è la meraviglia di una Vanessa che ha appena affrontato il Teatro Nuovo e che già si prepara a replicare.
Ci sono i volti di chi ha dato vita a quella maratona di cinque ore che è il Platanov di Peter Stein, stanchi ma con quella luce negli occhi di chi sta affrontando un “viaggio lungo” e onorevole.
Cipriani pare dire: “Venite a vedere come si fa”. È il suo metodo applicato alla direzione artistica: togliere il mistero per aggiungere incanto.
Ecco allora che il Festival si sposta nelle piccole chiese del centro — Sant’Angioletto, Sant’Agata, Sala Pegasus — dove ventidue giovani musicisti studiano sotto gli occhi di tutti.
Non è un concerto, è il “dietro le quinte” che si fa piazza; le lezioni sono aperte, il sudore è pubblico, la bellezza è un cantiere aperto.
C’è una certa ironia in questo modo di fare: si celebra il centenario di Dario Fo e le sue scenografie, si ride del coordinatore musicale Alessandro Tommasi che sparisce per sposarsi proprio poco prima del festival, e si scherza persino con il portafoglio.
Quando il neo-direttore della creatività contemporanea, Costantino D’Orazio (nella foto) promette “porte apertissime ma portafoglio vuoto”, Cipriani non si scompone.
La creatività, dopotutto, prospera nell’abbondanza dei cuori, non necessariamente dei conti correnti.
Dalla danza di Marco Goecke alle drammaturgie collettive dell’Accademia Silvio D’Amico, fino all’emozione palpabile di Ivan Cotroneo (nell’altra foto con Cruciani) per il suo debutto, il messaggio è chiaro: la stampa non deve solo riportare un evento, deve abitarlo.
Non ci sono più barriere, solo un grande cerchio — come quello in cui danza Matteo Miccini — dove musicisti e spettatori si guardano negli occhi.
Spoleto diventa così una casa con le porte spalancate, dove l’unica regola è lasciarsi scompigliare dai nuovi incontri, proprio come l’Anatoly che mette in subbuglio i personaggi di Vanessa.

