FESTIVAL 2026: RADICI CHE AFFONDANO NEL PALCOSCENICO

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Franco Branciaroli
C’è un’aria di rifondazione, quasi di ripartenza genetica, nella 69ª edizione del Festival dei Due Mondi, la prima targata Daniele Cipriani.
Un festival che torna a interrogarsi sul proprio DNA – il tema è Radici – ma lo fa con la consapevolezza che le radici, se non si muovono, marciscono. E allora Cipriani le mette in tensione: tra passato e futuro, tra classicità e nuove forme, tra la memoria di Menotti e un presente che pretende di essere ascoltato.
Il programma è monumentale: 100 spettacoli7 prime mondiali9 produzioni originali, oltre 1000 artisti da 27 Paesi. Ma più che i numeri, colpisce la volontà di costruire un ecosistema teatrale e musicale che non si limita a ospitare, ma producerileggeinnesta.
Peter Stein (Le Pera)
Opera
L’apertura con Vanessa di Barber è un gesto politico prima che artistico. Muscato la definisce un’opera “che tiene insieme due mondi”: e in effetti il ritorno a Spoleto dopo 65 anni, nella lingua originale, è un modo per riattivare un dialogo interrotto. La direzione di Sora Elisabeth Lee e un cast internazionale promettono un allestimento che non cerca la reliquia, ma la frattura.
Prosa
Sul fronte teatrale, l’inaugurazione con il Platonov di Peter Stein è un colpo di scena quasi programmatico: Stein torna a Čechov per raccontare un uomo che non trova posto nel mondo, e forse è un’immagine del nostro tempo più che del suo.
Poi il cartellone si apre come un ventaglio di ossessioni contemporanee:
  • Educazione sentimentale di Ivan Cotroneo con Giuseppe Fiorello, un’indagine sulla fragilità maschile che non indulge nel sentimentalismo.
  • Don Giovanni e il suo pitbull di Dan Fante, con Franco Branciaroli, che porta in scena la famiglia americana come un animale ferito.
  • Dead as a Dodo dei Wakka Wakka, un teatro di figura che sembra uscito da un incubo burtoniano e che il New York Times ha definito “geniale”.
  • Eumenidi – Oreste è salvo di Serena Sinigaglia, che riapre la Basilica di San Salvatore trasformando Eschilo in un rito contemporaneo sul conflitto tra principi maschili e femminili.
  • Venus and Adonis dell’Isango Ensemble, un’Ovidio-Shakespeare africano, multilingue e pulsante.
  • Le radici di mezzo mondo di Michele Santeramo, cinque ritratti evangelici che diventano specchi dell’umano più che del sacro.
  • Esencia, Premio Talìa, che porta in Italia un realismo inquieto e interrogativo.
  • The Arsonists – Biedermann e gli incendiari, il grottesco di Max Frisch filtrato dal rigore del Berliner Ensemble.
  • Kohlhaas, prima europea, con Arinzé Kene, che riapre la ferita della giustizia e della violenza.
  • Innominabile 27, l’omaggio dei detenuti di Spoleto ai maestri dell’assurdo: un teatro che non chiede indulgenza, ma ascolto.
  • Atti segreti per persone anonime, con gli allievi dell’Accademia Silvio d’Amico diretti da Claudio Tolcachir, un lavoro sul non detto, sul peso delle vite interiori che non trovano voce.
Il Festival 2026 sembra voler dire una cosa semplice e radicale: le radici non sono un rifugio, ma un campo di battaglia. E Spoleto, ancora una volta, diventa il luogo dove questo conflitto si fa evento.
Giovanni Sollima

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