
C’è un’aria di rifondazione, quasi di ripartenza genetica, nella 69ª edizione del Festival dei Due Mondi, la prima targata Daniele Cipriani.
Un festival che torna a interrogarsi sul proprio DNA – il tema è Radici – ma lo fa con la consapevolezza che le radici, se non si muovono, marciscono. E allora Cipriani le mette in tensione: tra passato e futuro, tra classicità e nuove forme, tra la memoria di Menotti e un presente che pretende di essere ascoltato.
Il programma è monumentale: 100 spettacoli, 7 prime mondiali, 9 produzioni originali, oltre 1000 artisti da 27 Paesi. Ma più che i numeri, colpisce la volontà di costruire un ecosistema teatrale e musicale che non si limita a ospitare, ma produce, rilegge, innesta.
Opera
L’apertura con Vanessa di Barber è un gesto politico prima che artistico. Muscato la definisce un’opera “che tiene insieme due mondi”: e in effetti il ritorno a Spoleto dopo 65 anni, nella lingua originale, è un modo per riattivare un dialogo interrotto. La direzione di Sora Elisabeth Lee e un cast internazionale promettono un allestimento che non cerca la reliquia, ma la frattura.
Prosa
Sul fronte teatrale, l’inaugurazione con il Platonov di Peter Stein è un colpo di scena quasi programmatico: Stein torna a Čechov per raccontare un uomo che non trova posto nel mondo, e forse è un’immagine del nostro tempo più che del suo.
Poi il cartellone si apre come un ventaglio di ossessioni contemporanee:
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Educazione sentimentale di Ivan Cotroneo con Giuseppe Fiorello, un’indagine sulla fragilità maschile che non indulge nel sentimentalismo.
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Don Giovanni e il suo pitbull di Dan Fante, con Franco Branciaroli, che porta in scena la famiglia americana come un animale ferito.
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Dead as a Dodo dei Wakka Wakka, un teatro di figura che sembra uscito da un incubo burtoniano e che il New York Times ha definito “geniale”.
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Eumenidi – Oreste è salvo di Serena Sinigaglia, che riapre la Basilica di San Salvatore trasformando Eschilo in un rito contemporaneo sul conflitto tra principi maschili e femminili.
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Venus and Adonis dell’Isango Ensemble, un’Ovidio-Shakespeare africano, multilingue e pulsante.
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Le radici di mezzo mondo di Michele Santeramo, cinque ritratti evangelici che diventano specchi dell’umano più che del sacro.
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Esencia, Premio Talìa, che porta in Italia un realismo inquieto e interrogativo.
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The Arsonists – Biedermann e gli incendiari, il grottesco di Max Frisch filtrato dal rigore del Berliner Ensemble.
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Kohlhaas, prima europea, con Arinzé Kene, che riapre la ferita della giustizia e della violenza.
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Innominabile 27, l’omaggio dei detenuti di Spoleto ai maestri dell’assurdo: un teatro che non chiede indulgenza, ma ascolto.
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Atti segreti per persone anonime, con gli allievi dell’Accademia Silvio d’Amico diretti da Claudio Tolcachir, un lavoro sul non detto, sul peso delle vite interiori che non trovano voce.





